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GIUSEPPE VERDI (1813 – 1901) 120 anni di grande musica operistica e non solo




Gli ultimi giorni di vita di Giuseppe Verdi sono una lente d’ingrandimento attraverso cui possiamo comprendere l’importanza che la sua figura aveva assunto per tutti gli italiani e, in particolare, per i cittadini di Milano. Non era stato solo un musicista, uno dei più grandi nel genere operistico, ma un uomo che si è occupato del destino della sua nazione, che è entrato nel vivo della vita politica, che ha usato la musica anche come mezzo per esprimere i suoi ideali di libertà.


Il Grand Hotel de Milan era il luogo che lui aveva eletto a sua residenza milanese, situato in prossimità del Teatro alla Scala, luogo che lo vide anche nelle sue ultime ore: tanto era il rispetto che la popolazione portava al Maestro, che la strada su cui affacciava l’Hotel fu cosparsa di paglia, così che il rumore di zoccoli e carrozze non disturbasse il suo riposo. Un gesto di cura, questo, che riassume, più di qualsiasi cronaca dei suoi innumerevoli successi teatrali, il prestigio che la figura di Giuseppe Verdi incarnava per il popolo italiano.


Sotto il profilo musicale, la sua importanza è legata al melodramma, genere cui Verdi ha dedicato la maggior parte della produzione: tutto cominciò con Oberto, conte di San Bonifacio, sua opera d’esordio, che raggiunse un buon numero di repliche. Ma i primi ostacoli non tardarono a venire: la morte della prima moglie Margherita e l’insuccesso della sua seconda opera, Un giorno di regno, lo fecero precipitare in una crisi, che lo stava portando a smettere di comporre. Fu la proposta di scrivere un’opera su un libretto dal titolo Nabucco che riuscì a farlo riemergere dalle sue difficoltà. Ne nacque una delle sue creazioni iconiche, in cui egli, attraverso la storia di schiavitù del popolo ebreo in Egitto, raccontava metaforicamente l’oppressione del popolo italiano sotto il dominio austriaco. Il coro Va’, pensiero è divenuto simbolo degli ideali di libertà di quell’Italia in difficoltà, tanto che venne intonato durante la processione funebre da un coro di più di ottocento persone, dirette dal maestro Arturo Toscanini.


Giuseppe Verdi avrebbe voluto per sé un funerale molto semplice: nel testamento lasciò scritto che la cerimonia avrebbe dovuto essere “modestissima”. Questa sua intenzione venne disattesa, ma non certo per mancanza di rispetto: l’incredibile affetto che la sua città nutriva per lui, come artista, come uomo, come italiano, portò addirittura a una doppia cerimonia. Un primo corteo, a pochi giorni dalla morte, che attraversò la città per portare la salma al cimitero monumentale: le cronache narrano di migliaia di persone dislocate in vari punti della città per assistere al suo passaggio. Una seconda processione, un mese dopo, lo portò a casa Verdi, la casa di riposo per artisti da lui fortemente voluta, dove tuttora giace.



M° Enrico Bissolo

musicista e musicologo


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