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Lo psicologo risponde: Al tempo del COVID-19 paura o angoscia?


Dott. Aldo Monaco, psicologo e psicoteraputa



Quanto accaduto in questi primi mesi del 2020 sembra destinato ad avere conseguenze sia nell’immediata emergenza, sia nell’immediato futuro. Lo dicono tutti gli esperti dei settori

economici, politici, sanitari, sociali e non ultimi quelli della salute mentale.

Tuttavia, se per certi versi, è possibile avere idea rispetto a un eventuale ripresa/crescita

economica, non è altrettanto ipotizzabile sul piano prettamente psicologico. Perché?

Perché la pandemia vissuta, nell’essere umano non genera paura ma angoscia.

La differenza, seppur possa apparire sottile e labile, esiste ed è fondamentale.

La Paura, quando è avvertita e non è connotata patologicamente, è spesso accompagnata da una

reazione organica di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo che prepara l'organismo alla

situazione emergenziale. La paura, richiedendo un oggetto di cui si ha timore e su cui investire, ci

permette allora di organizzare un piano per superare al meglio, ad esempio, la discussione davanti a tante persone o l'esame universitario o, più in generale, le difficoltà che connotano

quotidianamente e similmente le vite di ognuno.


Di diverso rango invece è la cosiddetta Angoscia. Il filosofo tedesco Martin Heiddeger, a riguardo

scrive che - La paura di...è sempre anche paura di qualcosa di determinato. Nell'angoscia, noi

diciamo, uno è spaesato. Ma dinanzi a che cosa v'è lo spaesamento? Non possiamo dire dinanzi a che cosa uno è spaesato, perché lo è nell'insieme (1929, pag 67-68).

L'angoscia, come è facile intuire, non ha oggetto da cui allontanarsi o spaventarsi, come succede

con la paura o con le fobie. L'angoscia sembra proprio quello stato mentale che gli italiani, e tutta

la popolazione mondiale, durante il lockdown, hanno vissuto, concretamente e razionalmente

nella propria quotidianità pur non avendo prove, evidenze, fatti su cui basarsi.

Il nemico invisibile - il Covid-19 ha così costretto tutti noi, chi più chi meno, a fare i conti con il

malessere psicologico, con quei piccoli germi di sofferenza mentale che soggiacciono

silenziosamente in ognuno di noi. La salute mentale infatti, ricorda Freud, è poggiata lungo

un'asse i cui vertici sono, da una parte, la normalità e dall'altra la patologia e la cui differenza non

è tanto di ordine qualitativo, quanto di ordine quantitativo, ragione per cui nessuno di noi è

immune dallo sperimentare dei conflitti inconsci.


Il nemico invisibile ha così fatto emergere molti di quei complessi irrisolti che riposavano nel

nostro inconscio. Il nemico invisibile ha fatto riaffiorare ciò che la nostra routine non ci faceva più

pensare o riconoscere. Così abbiamo fatto forzatamente i conti con le riacutizzazioni di vecchie

questioni assopite, vecchi dolori e vecchie ferite. Abbiamo così cominciato a fare i conti con la

drammaticità della morte delle persone più care ma anche, e più di tutto, con l’angoscia di quella

propria. L'angoscia dell'uomo è tale proprio perché è l'unico essere vivente a sapere di dover morire.


I dati del Viminale, quelli che parlano di più di 150 mila violazioni delle restrizioni dei vari decreti

ministeriali, sembrano proprio dire quanto fondamentali siano le nostre routine e quanto sia

difficile abituarsi a una realtà minacciosa, spaventosa, preoccupante, ingestibile e fuori controllo.


Contro questa sensazione di non essere artefici del proprio destino, quei motti e quelle frasi

ripetute come fossero dei mantra: andrà tutto bene, uniti ce la faremo… sembrano proprio farci

ritornare ad una condizione di infantile passività, in cui la nostra vita, in gran parte, dipendeva

dagli altri. Ciò che sembra assente, o semmai poco o mal integrato, nella strutturazione identitaria è un super-io che funga da super-visore e mediatore, capace cioè di reggere alle pulsioni provenienti dell'inconscio e agli elementi di realtà a cui l'io si trova a dover dar conto, senza farlo collassare o angosciare troppo. Si potrebbe allora dire, in altro modo, che questo virus ha messo in crisi ciò che Alfred Bion chiama la capacità negativa di ognuno di noi, la capacità cioè di tollerabilità alla frustrazione. E lo dimostra, ad esempio, la corsa ai supermercati perché

incapaci di tollerare l'imprevedibilità, il susseguirsi degli eventi ogni volta sempre più negativi,

appunto oltre la nostra soglia di tolleranza.


Il lavoro psicologico allora, vista questa emergenza, è pensato per aiutare tutte le fasce di persone: bambini e adolescenti, genitori, adulti e anziani.

Tutte le persone che hanno vissuto una situazione di spaesamento e impotenza. La routine della

scuola e dell’incontro privata ai bambini e agli adolescenti; gli adulti che hanno dovuto reinventarsi un nuovo modo di vivere, che hanno perso il lavoro, che hanno avuto problemi economici; famiglie e anziani che purtroppo hanno fatto i conti con la morte di qualche parente o amico importante; i genitori che pensavano di non reggere lo stress organizzativo giornaliero dei propri figli; tutti coloro, soprattutto anziani, che si son sentiti esclusi e soli, o che hanno contratto il virus e hanno temuto di non farcela.



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